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Liliana Moro, Underdog, 2005,
4 sculture in bronzo
Courtesy Galleria Emi Fontana, Milano

Roberto Cuoghi
Il Coccodeista (autoritratto eseguito con Prismi di Pechan), 1997
matita, marcatori Sakura su lucido
17 x 12 cm ca.
Collezione privata
Fotografia Maurizio Malagoli

Dongwook Lee
Untitled (Seeing), 2005
argilla polimerica
7 x 4 x 12 cm
Courtesy the artist and Arario Gallery

Katharina Fritsch
Kerzenstander, 1985
metallo dipinto, ottone, candele
120 x 120 x 160 cm
Courtesy The Dakis Joannou Collection, Athens

Mike Kelley
Harem # 12, 2004
filmstill
proiezione di 695 fotografie di pin-up
Courtesy the artist

Mike Kelley
Harem # 13, 2004
filmstill
proiezione di 589 fumetti
Courtesy the artist

Mike Kelley
Harem # 14, 2004
filmstill
proiezione di 1446 cartoline
Courtesy the artist

filmstill, Bjørn Melhus, The Oral Thing, 2001,
courtesy Galerie Anita
Beckers, Frankfurt

Anneè Olofsson, “The conversations”,
2005,
(particolare)

Marc Quinn, SouthPole, 2005,
olio su tela, collezione privata
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Una collettiva d’arte contemporanea e non una compagnia d’attori,
una galleria e non un teatro, ma William Shakespeare sembra tornare
in scena tante volte quante sono le opere in mostra.
Ciascuna parrebbe infatti enunciare:
Essere o non essere ? Questo è il problema.
E chi siamo ?
Quindici artisti internazionali propongono una lettura trasversale
del tema dell’io - soggetto, oggetto,
rifugio, trappola, inizio e fine, mania e tragedia, vita e morte.
Ecco il grande teatro del sé, che si richiama al mondo filosofico
e letterario, ai temi universali indagati dagli studiosi e dai letterati,
di cui compaiono in mostra citazioni come squarci sul loro pensiero.
Ma la rassegna vuole essere anche una presentazione del nostro io quotidiano,
quasi un omaggio alle paure, alle debolezze e agli eccessi che ciascuno
di noi, ognuno a suo modo, sperimenta ogni giorno.
Un mondo magico e disincantato insieme, così vicino a una cultura
contemporanea in cui spiccano l’ego e con esso l’individualismo,
la competizione, il senso di vittoria o di sconfitta che a questo sono
legati.
Curata da Milovan Farronato in collaborazione con Angela Vettese, la
mostra EGOmania è prodotta dalla Galleria Civica di Modena e
dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena.
Allestita a Palazzo Santa Margherita e alla Palazzina dei Giardini a
partire dal prossimo 29 gennaio, è un viaggio nel sé e
una scommessa che mette in gioco anche lo spettatore - ognuno è
chiamato a chiedersi: Chi sono? e ciascuno
è libero di dare, o di darsi, la sua personale risposta.
Il percorso si articola per diversi linguaggi - pittura, scultura, disegno,
fotografia, installazioni e videoproiezioni e utilizza diversi strumenti,
come acqua che spruzza, sassi lavorati dalla mano dell’uomo, alberi
scavati e scortecciati, pesci dal manto dorato, luce, colori, carta.
Elementi naturali e artificiali, in gran parte trasformati ad hoc e
in loco dagli artisti, chiamati a sperimentare, e a sperimentarsi, direttamente
in sede di mostra.
Il lungo e impegnativo allestimento porta alla luce il lavoro di Marc
Camille Chaimowicz, Roberto Cuoghi, Hanne Darboven, Katharina Fritsch,
Tim Hawkinson, Mike Kelley, Dongwook Lee, Rory Macbeth, Bjørn
Melhus, Liliana Moro, Naneun, Anneè Olofsson, Marc Quinn, Ugo
Rondinone, Markus Schinwald.
- Marc Camille Chaimowicz
- ripropone un allestimento presentato a Londra negli
anni Settanta in cui la persona si espande e si deposita in un poema
epico fatto di gesti e oggetti quotidiani; lo sfondo è argenteo
e ricrea un mondo diverso in cui tutto assume una valenza ipersensibile
ma anche distaccata dalla realtà.
- Roberto Cuoghi
- artista che lavora su di sé al punto di cambiarsi
in suo padre ingrassando e imbiancandosi i capelli, presenta circa
50 disegni della serie Il Coccodeista e ripete anche in questa occasione
se non la stessa performance, il desiderio di offrire di sé
una immagine alterata. E’ una piccola prima personale che la
Galleria Civica di Modena dedica all’ormai affermato artista
modenese, uno fra i più quotati del panorama contemporaneo
internazionale
- Hanne Darboven
- artista tedesca, esclude ogni emotività grazie
a un eccesso di razionalità. Calcolo, descrizione, catalogazione,
sono tutti ansiolitici potenti che la conducono a rassicurare il suo
io. Protagonista dell’arte concettuale degli anni Settanta,
prosegue un percorso che continua ad essere attuale: basti pensare
a quanti, soprattutto fra i giovanissimi, si chiudono nel calcolo
– dei videogiochi, delle chat line ecc. - elaborando un rapporto
fra sé e la macchina che esclude il resto del mondo e sembra
fare apparire l’altro da sé come qualcosa di dominabile.
L’opera della Darboven quindi si può considerare una
sorta di annuncio – o predizione – di quanto accade oggi.
Anche i dieci disegni esposti per EGOmania contengono il loro codice
che può essere decifrato; ma la sua logica ha un senso solo
se riportata ai processi mentali dell’artista, del tutto gratuiti
e connotati dal piacere di ruminare. A noi, se lo desideriamo, il
piacere di ritrovarne il bandolo.
- Katharina Fritsch
- artista tedesca emersa negli anni Ottanta, presenta
a Modena una delle sue opere più famose, Candlesticks (1985):
una svastica ottenuta con quattro strutture costituite ciascuna con
due ordini di dieci candelabri, che ci restituiscono l’immagine
di una croce uncinata ottenuta con delle candele. Inserisce l’elemento
luttuoso come memento, come a dire: ecco quali catastrofi può
comportare un eccesso di fiducia in sé stessi e la conseguente
perdita di contatto con la realtà. Bianco e nero, verticale
e orizzontale, sintesi massima di opposti, parlano anche dell’egomania,
come assoluta incapacità di mediazione
- Tim Hawkinson
- presenta un autoritratto parziale (suoi sono solo i
piedi) per descrivere la dilatazione della persona e il suo lato grottesco.
E’ l’autoritratto di chi è stanco di sé
stesso, di un isolamento dorato e noioso, di un solipsismo che distrugge
tutto il resto e che ci chiude in una gabbia. L’artista ci parla
dunque dei limiti della propria individualità e cerca di ironizzare
sull’egomania di tutti i ritrattisti di ieri, oggi e domani.
- Mike Kelley
- Artista poliedrico, si esprime attraverso i più
svariati mezzi - dalle performances alle installazioni, dalla pittura
al video, ma non mancano la fotografia, i disegni e i testi. In questo
caso propone quattro video legati fra loro. Riflette sull'ipertrofia
dell'io prendendo spunto dal mondo californiano in generale, da Hollywood
in particolare, città delle grandi star dove l'egomania è
la regola. In quest'opera riflette sul collezionismo come forma di
espansione ma anche annullamento di sè. In mostra sono rappresentate
infatti le collezioni di Mike Kelley, feticci divenuti opera nel momento
in cui sono state acquistate da un altro collezionista/feticista.
- Dongwook Lee
- E' l'unico artista in mostra che presenta la figura
umana, unitamente a residui organici di frutta essiccata. Le sue sono
microsculture di soggetti umani dai corpi abbozzati che sembrano dire
"Sei polvere e polvere tornerai". Sono espressioni di un
senso di disorientamento ma anche di un sè che può essere
costruttivo e fiducioso. Per Dongwook Lee come per Naneun, l'altro
artista coreano in mostra, presente con un'ottantina di disegni, vale
la considerazione che ovunque arrivi una concezione occidentale dell'io,
arriva anche un'idea diversa e più forte rispetto alla cultura
tradizionale.
- Rory Macbeth
- non tenta più di navigare nella laguna veneziana
in una vasca da bagno, come fece nell'estate del 2005, ma continua,
anche in questo caso, a voler rompere una magia per imporne una propria.
Qui presenta l'installazione The Wood for the Trees. L'artista non
imita la natura ma sembra sbeffegiarla. Profeta ed interprete dell'opposizione
tra uomo e natura, da un lato, e dall'altro della loro compenetrazione,
prende alberi, sassi e altri elementi del mondo naturale e li plasma,
per offrirne una visione semplificata e cesellata dall'uomo che così
ne diventa il demiurgo.
- Bjørn Melhus
- è l’unico, fra i quindici artisti presenti
in mostra, che si camuffa e che presenta il suo stesso volto. Nel
video Auto Center Drive compie una reale esplorazione della personalità,
si visualizza attraverso personaggi antitetici, mette in scena una
galleria di identità che sono tutte interpretate dalla sua
abilità camaleontica.
Liliana Moro seconda artista italiana presente in mostra, milanese,
presenta cinque cani fusi in metallo che si aggrediscono l’un
l’altro. Sembrano cinque diversi animali, simili ma distinti.
In realtà il cane è sempre lo stesso, come fosse clonato,
l’animale è una metafora dell’atteggiamento aggressivo
che alcuni di noi hanno verso sé stessi quando tendiamo ad
essere talmente autocritici da essere autodistruttivi. Una forma di
Egocentrismo che porta a farsi del male per punirsi.
- Anneè Olofsson
- Un io molto affezionato a se stesso quello della Oloffson,
che tende a chiudersi nella sua casa, cerca gli aspetti più
familiari e rassicuranti, dove accucciarsi e letteralmente rintanarsi.
L’artista lavora con le carte da parati, elemento decorativo-ossessivo,
come ossessioni possono diventare gli oggetti che scegliamo per la
nostra casa: più la rendiamo come le volevamo, più si
trasforma in un rifugio prima, in una prigione poi.
- Marc Quinn
- Scultore di fama, molto noto in Inghilterra per la scultura
che troneggia a Trafalgar Square – è riprodotta su piedestallo
la celeberrima figura di un’amica dell’artista focomelica
e incinta – si concentra sulla dignità, o la non dignità
di una persona. L’atto di mostrarsi pienamente è un’affermazione
di sé, come quello di sottoporsi allo scherno.
Le due sculture presentate in questa occasione, due enormi conigli
di bronzo smembrati e fatti a pezzi, posizionati all’ingresso
della mostra, sono quello che resta delle fiere che anticamente stavano
a guardia dell’accesso alla casa. La bestia, tutta smangiata,
si è trasformata da leone in coniglio, ed è divenuta
da fiero animale una povera bestia. Primo piano sulla vulnerabilità
degli egocentrici. Oltre alle due sculture lun’immagine di fiore
congelato ci parla dell’antico mito di Narciso, innamorato di
sé stesso, che rimirandosi affoga. I fiori, in frigo, vivono
come in un limbo sospeso, fra la vita e la morte. Il fiore congelato
riproduce il momento in cui non è morto, ma non è più
nemmeno vivo, come se non volesse affrontare il passaggio dalla bellezza
al decadimento, e congelato, sublimasse ma anche sacrificasse la propria
funzione di fertilità: un’ossessione per la propia apparenza,
a cui tutto siamo disposti a immolare, che nel mondo reale possiamo
vedere quotidianamente.
- Ugo Rondinone
- Come nel caso di Roberto Cuoghi la Galleria Civica di
Modena è una delle prime istituzioni pubbliche in Italia che
dedica ad Ugo Rondinone una piccola sala personale. Avremo una foresta
fuori dal tempo, in bianco e nero, una selva che non conosce la naturale
e inevitabile alternanza delle stagioni, un luogo fatto per accoglierci
ed essere conquistato, da cui esce un sonoro: The Heart Is a Lonely
Hunter. In mostra anche due grandi cerchi con onde concentriche che
rappresentano valori diversi per ogni circonferenza. La fronteggiano
forme circolari come metafore di un centro su di sè che tende
verso l'infinita espansione.
- Markus Schinwald
- Due tende ingigantite, di un intenso rosso cardinalizio,
con impresse scene iperboliche, sono il lavoro senza titolo di Markus
Schinwald per EGOmania. La tenda è parte dell’arredo
di ogni casa, retaggio iconografico di incisioni e dipinti, sipario
che svela e che oscura, drappeggio che tiene in sospeso. Da una parte
scene tratte dall’Inferno di Dante, dall’altra immagini
pastorali: due universi opposti della stessa personalità, il
suo bene e il suo male, che l’artista fa convivere come fossero
poli estremi di una stessa realtà.
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